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A mente fredda con dati reali a disposizione sul significato politico dell’esito elettorale del 31 maggio scorso, possiamo trarre un bilancio a un anno dalla segreteria Renzi del PD e dell’operato del governo presieduto dal segretario del PD.

Comincio subito con il rendere onore al principale attore di questa tornata elettorale: l’astensionista. Molti, e a ragione, dicono che chi non vota ha sempre torto. Hanno ragione dal punto di vista di chi osserva che l’astensionista è assente. Ma è così? Oppure l’astensione dalle proporzioni di 47.7% è una nuova categoria politica che opera una scelta? La Politica deve chiedersi se l’astensionismo è una risposta del mercato politico-economico tra offerta e domanda. In democrazia vige la teoria dell’offerta. Il populismo predilige la teoria della domanda.

L’offerta di politica presuppone un progetto ” in costruendo ” non definitivo, da perfezionare con l’ausilio dei cosidd
etti Stakeholders, ovvero le categorie interessate con diversi gradi di interesse e diversi gradi di influenza a seconda della fase di realizzazione. Solitamente vi è una struttura delegata a questi compiti. Nella fattispecie la struttura viene definita partito.

Nel grafico proposto da Salvatore Vassallo sui dati aggregati dell’esito elettorale, il trend discendente del PD è proporzionato al trend in aumento dell’astensione in quest’ultimo anno.

Fig1Regionali2015

Nella tabella della Luiss:
il PD perde lo 0,7% sulle regionali 2010;
il PD guadagna 0,7 % sulle politiche del 2013;
il PD perde 16,3 % sulle europee del 2014.
L’astensione scava ancora 11% sulle regionali 2010, 22,5% sulle politiche 2013 e ulteriori 6,5 punti percentuali sul 2014.

Regionali LUISS

Le liste collegate al PD guadagnano 7,8% sulle regionali 2010. Ma le liste collegate al PD alle amministrative, solitamente votano i partiti di provenienza alle politiche e non il PD. Pertanto lo stato del partito, la struttura di riferimento tra il titolare del progetto e gli Stakeholders è simile al 2013  e al 2010.
Tutto questo mentre il centrodestra recupera 12,8 punti sulle europee del 2014 e 9 punti sulle politiche 2013.
Mentre il trend di M5s segna una continua discesa dal 25,7 delle politiche 2013 al 21,5 alle europee fino al 15,7 di domenica scorsa. Ma diventa il 2° partito nelle amministrazioni regionali. Il M5s ha deciso di essere presente nel governo della cosa pubblica. Questa è la novità.
Sostanzialmente recupera il centrodestra e perde il centrosinistra o a favore della Lega o a favore dell’astensionismo, o di entrambi non saprei dire.

Cosa può non aver funzionato?
O il progetto non era interessante, oppure non si è rivelato interessante durante il costruendo, oppure ancora la struttura di riferimento tra il titolare del progetto e gli Stakeholders non ha funzionato.
Oppure ancora le due ultime assieme.
Ed è certo che il titolare del progetto è il candidato regionale e gli StakeHolders sono i gruppi di interesse di ogni regione. Ed è lì che la struttura non ha funzionato. Ma non solo da ora. Il PD è il partito dei militanti sfrattati da parte dei comitati provinciali e regionali a partire dalla segreteria Bersani.
Sono stati messi a tacere i 10.000 microfoni sparsi per tutta Italia. Quei microfoni erano i sensori della vita pulsante dei quartieri delle grandi città e dei piccoli comuni. Là dove hanno sede tutti gli Stakeholders.
Nel suo discorso alla Festa dell’Unità 2013 a Bologna, Renzi disse che ci avrebbe restituito il Partito.
L’unico capace di tale opera è stato mandato a fare il governatore dell’Emilia Romagna. La politica fu avvocata da Renzi e il partito delegato a persone che del PD e della sua storia non capivano nulla.
La disintermediazione osannata, cantata, elevata a nuova religione celebrata da un unico sacerdote:
Il Leader.

I blairiani alla matriciana sapevano ma non dicevano che Blair aveva incaricato un esperto, un tale di nome Arnie Graf che andò casa per casa degli iscritti e dei delusi del Labour che relazionò cominciando così:

Ho visto una gran voglia di parlare di sé, della propria famiglia, del lavoro e delle aspirazioni, delle gioie e delle preoccupazioni, delle ansie per il futuro. È un sentimento perfettamente comprensibile. Basta farsi due passi su una qualsiasi strada di negozi, fare caso alle saracinesche chiuse, al diffondersi dello strozzinaggio legalizzato.

Occorreva rinnovare il Partito sul territorio laddove era incancrenito, arruginito, seduto su rendite di posizioni. Ma non è stato fatto perchè al congresso nazionale occorreva contare i voti da qualsiasi parte provenissero, compresi i De Luca che ora hanno imposto la propria candidatura nonostante la inopportunità. Ma tant’è vincere in Campania era importante e quindi vada con i De Luca.

Il PD la politica la fa nei talk show, su twitter ,con le e-news e con le foto di #cosedilavoro. Oppure in diretta dalle stanze del Nazareno. Di cosa vi meravigliate se le strutture locali non funzionano.

Di cosa ci meravigliamo dei ras locali quando per un anno intero abbiamo visto il più fidato consigliere di Renzi in compagnia di uno che è stato denunciato e destituito non dalle toghe rosse, ma dalla Banca d’Italia. Mi riferisco alla coppia Lotti Verdini che si occupavano di leggi nazionali di importanza capitale. Se non ci frega nulla dell’immagine internazionale dell’Italia, cosa volete importi ai ras locali del codice di comportamento e delle alleanze ibride dei De Luca?

Si dice che le elezioni regionali nulla o poco c’entrano con il governo titolare del progetto nazionale.

Può essere vero se il maggiore esponente del governo non partecipa alla campagna elettorale, non mette il peso della sua figura nel gioco tra le parti attrici del territorio. D’altronde il Presidente del Consiglio è anche Segretario del Partito. Dal che emerge che il progetto del capo del governo, e quindi del Segretario del partito di maggioranza viene fatto pesare. Oneri ed Onori.
E il capo del governo ha dichiarato che chi votava in Veneto per la sua candidata avrebbe votato per lui medesimo. Solo che in Veneto la Lega e il titolare di quel progetto ha aggregato il 50,08% degli Stakeholders, mentre il PD solo il 16,6%.
Matteo Renzi dopo aver respinto prima, ignorato dopo De Luca in Campania, ha sostenuto a spada tratta il referente campano degli StakeHolders e con quale foga lo staff presidenziale ha presenziato a fianco di De Luca o sentenziato pubblicamente a suo favore. Cambiamento repentino se il Presidente del partito Orfini non più tardi di un anno fa ha dichiarato che occorreva commissariare la federazione deluchiana di Salerno.
Il partito in Campania ha raccolto il 19,49% dei voti.
De Luca ha vinto grazie ad alleanze per lo meno discutibili e, sopratutto, grazie all’intellettuale della Magna Grecia Ciriaco de Mita. Uno che di #cambiaverso, debito pubblico e vecchiume politico se ne intende.

Nel 2016 alla prossima tornata elettorale per i comuni, occorrerà che i tanti di quel 1.800.000 che hanno votato per Renzi alle primarie trovano lo spazio, anche sgomitando, senza timore di rovesciare tavoli e sedie se necessario, per presentarsi al voto con sentimento, originalità e progetti concreti da sottomettere agli Stakeholders.

Sul piano nazionale Matteo Renzi dovrà, se ne è capace, mettere mano alla spesa pubblica, alla riduzione razionale e produttiva delle tasse sui redditi da lavoro, rivedere le soglie del tasso di usura che permette alle banche di raddoppiare gli interessi con le spese e razionalizzare la dirigenza della pubblica Amministrazione.

Abbiamo vinto 5-2

all’andata eravamo 5-2

Abbiamo feriti e dispersi.

E noi siamo impotenti.

Sicuro?

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