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Ieri in un momento di attesa accanto ad un’edicola,lo sguardo si è fermato sulla prima pagina de La Stampa:
300.000 posti di lavoro. Cribbio! Acquisto una copia.
Il pezzo è firmato da Luca Ricolfi. Uno studio assai complesso e scientifico salvo, come è logico, nelle risposte date dagli imprenditori, oltre mille il campione, sulle possibilità che la proposta del Prof. Ricolfi sia realizzabile.
Nel merito, la proposta poggia su una riduzione del costo del cuneo fiscale, dello stipendio netto dei neo assunti e dei vantaggi per lo Stato nel conseguente, maggior gettito di altre imposte. Nella peggiore delle ipotesi, si presume che la proposta sia a costo zero per lo Stato.
Nel particolare:
-fatto 100 lo stipendio, il costo totale per l’azienda è pari a 125;
-la differenza tra costo totale e stipendio è destinata all’erario, previdenza, ecc…;
-la differenza contributiva viene integrata dallo Stato;
– a questi costi, le imprese che hanno già in programma di assumere per esempio 10 dipendenti,dichiarano che ne assumerebbero 24;
-l’effetto moltiplicatore di assunzioni moltiplicherebbe il gettito sotto forme di imposte dirette ed indirette;
-la forbice degli stipendi netti deve comprendere un minimo di 10 mila ed un massimo di 20 mila €.
Una prima valutazione sulle assunzioni narra che se si prevedono 300 mila nuovi posti di lavoro con moltiplicatore prudente di 2 , significa che gli imprenditori intervistati hanno già programmato 150 mila assunzioni per il 2015. Rappresentano il 4,3% degli attuali disoccupati. È un segnale fantastico. A nostra insaputa. Evvabbè, passi. Però cambia la percezione dei dati diffusi dai maggiori centri di studio internazionale in materia di economia degli Stati. Cambia pure la speranza, che in previsione di tale sviluppo dell’occupazione, può tramutarsi in fiducia.
La seconda valutazione è sui numeri che regolano la proposta Ricolfi e della Fondazione Hume.
Il valore monetario e occupazionale della proposta assume una valenza qualitativa per diversi aspetti.
La prima di carattere Costituzionale e filosofico, rigettando un requisito di uguaglianza: poniamo un’impresa che ha investito durante gli anni della crisi; annovera un organico sufficiente, forse con qualche esubero, per un periodo medio-breve, nelle attuali condizioni contrattualistiche.
Un’altra impresa che ha vivacchiato in attesa di tempi migliori, con la possibilità di assumere a costi e stipendi ridotti dalla proposta Ricolfi, si troverebbe nelle condizioni di concorrenza protetta nei confronti della prima. Viene meno il principio di libera concorrenza, già carente nel sistema Italia.
Lo stesso trattamento tra dipendente esistente e nuovo,sarebbe diseguale nella parte contributiva e impositiva di pertinenza.
L’altra caratteristica qualitativa è la forbice degli stipendi: tra 833 e 1,666 € mensili. Perché un minimo così basso? Vorrei ricordare che gli stipendi italiani medi sono già da anni tra i più bassi d’Europa; diminuiti ulteriormente dalla Istituzione del precariato e dal raggiro dell’art.18 per ovviare ai costi legali di licenziamento. Stipendi bassi producono bassi consumi e deflazione più rapidamente che in sistemi con redditi più alti. Frustrano l’orgoglio e la dignità; alimentano l’immigrazione dei cervelli migliori. Stipendi bassi non danno la possibilità di lasciare i genitori, di essere indipendenti, di metter su famiglia; assicurare forza lavorativa per i prossimi lustri e continuare a pagare le pensioni.
Uno dei grafici che illustra la proposta del prof.Ricolfi mostra che in Germania il rapporto costo totale lavoro/stipendio netto è più basso del nostro di circa 1,5 p%. Ma in Germania gli stipendi sono molto più alti che i nostri. Il sistema infrastrutturale e di servizio al cittadino è migliore e più efficiente.
La GB dove il rapporto è più alto di 14 punti %, ha in programma la costruzione di ca 200 mila alloggi all’anno fino al 2030; in previsione di un aumento di popolazioni che fanno figli.
La terza valutazione è di carattere etico-politico: la proposta si configura all’interno di un sistema malato; non intacca la fiscalità generale a scapito degli sprechi e delle ingiustizie perpetrate dallo Stato ai danni dei cittadini e delle imprese.
Uno degli elementi fondamentali della scarsa competitività delle nostre imprese rispetto ai loro colleghi europei o americani, è l’abnorme tassazione generale diretta sul lavoro costretta ad alimentare una spesa pubblica vorace e non più giustificabile. Né sul piano della giustizia sociale,né sul piano della libera concorrenza. Basti l’esempio tra Ntv Italo e TrenItalia.
Infine la proposta Ricolfi, ma non solo, non tiene conto della ragione fondamentale di fare impresa: produrre utili.
La soddisfazione immensa di godere del proprio lavoro,dei propri sacrifici, della propria intelligenza.
Poi magari passata l’euforia, si pensa di reinvestire gran parte di quegli utili nell’azienda. Per passione e dedizione alla continua costruzione di un qualcosa che ti porterà ancora più avanti, ad altre sfide. A superare il momento Cork (cit. C. Pacciani)
Per ritornare a tanto, occorre restituire il maltolto riducendo le imposte sul reddito da lavoro. È il medesimo concetto espresso da Matteo Renzi per l’anticipo del TFR: i cittadini sono maturi per gestire i loro proventi. Non hanno forse dimostrato, gli italiani di essere capaci di diventare la quinta potenza mondiale e contestualmente la seconda al mondo per capacità di risparmio?
Non hanno forse dimostrato le nostre imprese che, al netto della politica,hanno grandi capacità di penetrazione dei mercati esteri durante gli anni della crisi?
Si tratta dunque di rinunciare a circa 40 mld,riducendo la presenza ingombrante dello Stato. Il quale Stato sarà costretto a rinunciare a parte della sua voracità, alle prebende,ai privilegi, e agli sprechi non più giustificabili. A fronte, è probabile che quei 3.650 mld di ricchezza netta,esclusi immobili, trovi sbocchi diversi dai titoli di Stato,depositi bancari e postali.
Concludo dicendo che la proposta è sicuramente da considerare,ma non intacca i fondamentali strutturali politici del sistema. Non incide sul residuo di sovranità nazionale che ha lo scopo innanzitutto di assicurare il benessere dei propri cittadini su due cardini irrinuciabili: giustizia sociale e libera concorrenza che solo uno Stato più leggero può garantire.

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