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Nell’editoriale di ieri, http://www.eud’Italia.aquotidiano.it/2014/03/06/i-renziani-delusi-e-il-resto-ditalia/ , Menichini compie un passo indietro rispetto ai bocconi amari che sono da ingoiare per le prime vicissitudini del governo Renzi: la delusione, valida per i soli critici razionali e sostenitori del segretario PD, va superata al momento, voltando pagina; passando cioè alla lettura del Job Act e altri provvedimenti annunciati dal premier per la settimana prossima. Tuttavia,trovo confortanti le parole con le quali Menichini ricorda che Matteo Renzi non è a P.Chigi a tutti i costi, semplicemente perché un compromesso tira l’altro e rischia di diventare sistema. Non sono un renziano purista, ma convinto sostenitore critico del fiorentino nazionale. Nel post precedente, mi sono tolto un sassolino generato dalla DN del 13 febbraio, ne tengo un altro per il Cencellum applicato farmacologicamente per la formazione del governo; altro sassolino per lo stop, diciamoci la verità, della L.elettorale. E non finisce qui: il macigno rappresentato dalla minoranza del PD in parlamento nell’assoluto silenzio del nuovo gruppo dirigente del PD, è intollerabile. Non ci si nasconda dietro la favola del mandato senza vincolo;con quale legittimazione i D’Attorre presentano emendamenti contrari alla linea politica del PD scelta dagli elettori?

Che senso ha la elezione di un segretario e di un programma politico, se poi il partito tutto non marcia nella direzione indicata durante le primarie? Come è possibile tollerare che un manipolo di democratici minacciano di votare contro nel segreto dell’urna parlamentare, disattendendo le aspettative del paese su una legge,quella elettorale,che non è il coniglio nel cilindro del segretario, ma rappresenta un elemento importante della fiducia che i mercati, creditori e potenziali investitori,  chiedono da tempo: la reale e sistematica stabilità di un governo che avvii le riforme indispensabili al sistema paese. L’elemento è quantificabile in miliardi di euro:la fiducia si trasforma in spread e materialmente in minor costo del debito.

Il gruppo governativo del PD, non può dunque contare sul partito che gli ha chiesto di guidare il governo del paese.

Nonostante gli accordi del Nazareno, Matteo Renzi non può contare nemmeno su Berlusconi e FI, ai quali non conviene andare ad elezioni anticipate; vuoi per i sondaggi, vuoi perché al momento nessuno è in grado di assumerne la leadership, vuoi sopratutto per la scarsa probabilità di vincere, in presenza dell’audacia rivoluzionaria di quell’animale politico fiorentino, che gode pure di una organizzazione politica diffusa sull’intero territorio. Nell’attesa che maturino condizioni migliori, Berlusconi ha acceso i fornelli sperando che Renzi cada nella pentola della minorenza Dem, e così cuocerlo a fuoco lento.  Intanto, Cuperlo ha già annunciato modifiche al Senato, dunque si ritornerà alla Camera per la definitiva approvazione della L.elettorale. Si spera. E intanto la colonna Tempo del foglio Excel si allunga, viene modificata per la cottura del primo obbiettivo indicato da Renzi.

Nella DN del 13 febbraio, Renzi indicò il percorso della strada meno battuta: legislatura costituente fino al 2018. La minoranza Dem non ci crede, come non ci crede Alfano; come non ne sente la necessità di crederci Berlusconi. Ci troviamo di fronte ad una sostanziale mancanza di fiducia e di interessi contrapposti, che coalizzati, spuntano l’unico deterrente possibile nel caso la conservazione ostacoli il processo riformatore: le elezioni. Non dimenticando che Cuperlo, eccheggiato da altri, mettono in discussione la doppia carica segretario/premier. Che credibilità può vantare un premier che non può fidarsi del proprio partito ?

I Proci hanno tolto l’arco a Ulisse.

Nel voltare pagina, come eludere l’equazione Job Act + riduzione costi per imprese= ripresa dell’economia e dei consumi? Quante pagine dobbiamo voltare fino alle elezioni europee, perché il resto d’Italia premi l’azione di governo e sconfigga il populismo di M5s e di FI ? Non rimane tempo se non vi è una decisa svolta nel rapporto con la minoranza, rifiutando ulteriori compromessi con questa parte del PD invisa al resto d’Italia.

L’unità del partito nel parlamento è come il pugno chiuso di padron ‘Toni di Giovanni Verga: è molto più forte delle cinque dita della mano aperta.

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