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Dal quotidiano europa.it un articolo di Arnie Graf ci spiega come si ricostruisce un partito. Cito alcuni stralci:

Ho visto una gran voglia di parlare di sé, della propria famiglia, del lavoro e delle aspirazioni, delle gioie e delle preoccupazioni, delle ansie per il futuro.  È un sentimento perfettamente comprensibile. Basta farsi due passi su una qualsiasi strada di negozi, fare caso alle saracinesche chiuse, al diffondersi dello strozzinaggio legalizzato.

Una delle esperienze che mi ha più turbato è l’incontro con una quantità di persone che non hanno votato e che non voteranno. È gente che indica due ragioni per il suo gesto. Una la potrei classificare come una triste rassegnazione. Dicono che votare è una perdita di tempo. Che tutti i politici sono uguali, a prescindere dal partito. Che tutti i politici sono bugiardi. Poi ci sono gli astensionisti arrabbiati. Il rifiuto di votare è il modo in cui manifestano il loro potere. È il loro modo di mandare i politici a quel paese.

Ho incontrato uno straziante senso di perdita e un sentimento crescente di impotenza su come riempire il vuoto.

May 1968 Situationist poster: "Retour a l...

La fotografia britannica sopra descritta da Graf è perfettamente sovrapponibile all’Italia e allo stato d’animo degli italiani. Sono anni che parliamo della crisi dei partiti, parte di quel centro che tiene tutta la società, che vive insieme ed attorno ad esso. Un insieme, una rete di legami – relazioni e istituzioni – abbastanza forti da proteggere le persone e da consentire che prenda il via un’azione collettiva finalizzata al bene comune.

Il principio di fondo è che le decisioni migliori e più efficaci vengono prese al livello di governo più vicino ai cittadini: dal territorio di appartenenza.

E’ da qui che si drenano problemi e soluzioni; sì, anche soluzioni. E  noi questo tipo di sistema l’avevamo. L’avevamo ma ce ne siamo dimenticati.

Vivo in Emilia dal 1968. Iscritto al PCI nel’74, militante. Nelle sezioni, periodicamente e in occasione dei congressi si discuteva: dei problemi del comune,della scuola e dei trasporti scolastici; dei problemi della fabbrica; delle licenze edilizie e degli oneri connessi;dei piani regolatori; delle comunità montane e dei servizi della Provincia sul territorio; della linea politica del partito e delle questioni internazionali; quando si è cominciato a sentire il vento dell’Europa, si voleva sapere perchè dovevamo comprare burro e latte dalla Germania e carne dalla Francia, e cosa ci faceva  il ministro dell’agricoltura  in sede europea. Le organizzazioni imprenditoriali di sinistra della piccola e media impresa , oltre a costruire le reti d’impresa, fornivano servizi tra i quali le dichiarazioni dei redditi con la cultura di appartenenza ad un sistema nazionale; a volte forse anche troppo ligi al dovere civile. Il partito era una scuola di politici e di ottimi amministratori che dell’Emilia hanno fatto una vetrina internazionale di sistema di imprese, di modelli scolastici dell’infanzia e di scuole professionali; di sviluppo del turismo di mare e di montagna e delle antiche città lungo la via Emilia da Piacenza fino all’Adriatico. Il sistema funzionava eccome. Alle elezioni politiche ci si divideva: comunisti (si fa per dire eh) contro il resto del mondo; ma alle amministrative il riconoscimento dell’efficienza di governo arrivava puntualmente ben oltre il voto politico della popolazione. Legami,relazioni cittadini-partito-istituzioni. Rete ! Una rete di persone, di volti e luoghi fisici veri.  A volte quando su Twitter evoco quel partito, ricevo qualche battuta gentile oppure mi sembra di essere un marziano. Eppure, se solo potessi ricordare e mettere “in rete” i finanziamenti che quel sistema generava, attraverso varie iniziative, feste e tesseramento, al partito che allora costava molto meno, la rete si stupirebbe. Ricordando pure il notevole patrimonio edilizio accumulato.

Quella rete è insostituibile perchè rappresenta un metodo, una scelta politica  di partecipazione inclusiva, di discussione tra i vari livelli organizzativi; ma sopratutto tra la base, la mitica base e il gruppo dirigente. Perchè poi alla fine ci si guarda in faccia e ci si conta, verbalizzando l’esistenza di una maggioranza e di una minoranza.

In questo senso, noto con soddisfazione  iniziative in Piemonte, a partire da Torino, dei comitati Adesso noi Domani, per la Lombardia e l’Emilia orientate alla  ripresa, dal basso, dell’attività di partito.

Non dobbiamo inventarci nulla, è necessario riscoprire le grandi opportunità che un partito che conta 8 mila circoli, mi pare, in tutto il paese può offrire al sistema nazionale: ridare il potere di indirizzo politico e di controllo dei risultati attesi ai cittadini.

Della rete offerta dai social network, mi pare poter affermare che trattasi solo di uno strumento, importante, ma non partecipativo, non inclusivo: la discussione lo scambio di idee e opinioni è orizzontale e conseguenti a temi che vengono, il più delle volte, diffusi unicamente dall’alto verso il basso.

Rarissimi i casi di riposte sistematiche ai commenti ai post dei cosiddetti influencer o esponenti politici; i quali, in maggioranza, si scambiano opinioni solo tra di loro. I like e i brevissimi commenti appaiono per lo più come una adesione fideistica, e rischiano di generare  leaderismo anziché consapevolezza critica di un progetto.

Sotto questo aspetto, la rete è ben lungi dal rappresentare un coro, un insieme collettivo e collettore di proposte orientate a diventare opinione diffusa e di sollecitazione del gruppo dirigente.

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