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Chi ha teorizzato la liquefazione dei partiti ha commesso un errore. Ha finito per confondere la realtà con la sua proiezione virtuale. La mia idea non è tornare al passato. Internet, la Rete hanno offerto la straordinaria possibilità di rompere diaframmi che un tempo erano molto forti. Ora però bisogna andare oltre.
Bisogna ripristinare il rapporto con la gente che sta nel tuo quartiere, nel luogo in cui lavori, quella della tua generazione. Alla Rete chiedo dati, informazioni, saperi. Ma voglio che le persone, che in essa hanno trovato una maniera meno prevedibile o socialmente meno segmentata di dialogare, abbiano un luogo fisico in cui guardarsi in faccia.
Il web favorisce una sorta di superficiale permanenza, è un luogo dove spesso si spacciano per argomenti la lettura di titoli o semplici slogan.

in questi anni abbiamo esagerato, la narrazione della cultura debole ci ha un po’ preso la mano, finendo per essere a volte narcisisticamente più effimera dell’apparato culturale di cui disponiamo.

Voglio tornare al confronto serrato delle idee, alla dialettica che nasce dal contrasto delle esperienze.
La società liquida è il prodotto della teorizzazione del pensiero debole. Una qualsiasi forma di consolidamento è imprescindibile da un ritorno al pensiero forte; innanzitutto nei modi in cui si manifesta. Spostando il baricentro ai processi, al metodo. Cioè enfatizzando molto di più il modo con cui noi facciamo politica, con cui prendiamo le decisioni pubbliche. E non solo i fini, i punti di arrivo.
Cerco di dimostrare con gli addendum del mio manifesto, che esiste una cultura che consente simbolicamente di aggregarsi in un partito, che ti fa venire voglia di dire: «Io con quelli condivido una quantità sufficiente di principi da aver voglia di discutere anche di cose molto pratiche».
Il partito debole è un partito che si riaggrega continuamente attorno a una persona, che non ha un gruppo dirigente e che quando implode ha bisogno di un altro leader attorno al quale reinventarsi.

Penso a un partito con un’organizzazione verticale, dove il livello territoriale più basso nomina quello superiore, fino ad arrivare al gruppo dirigente. Gruppo che riceve un mandato, prova a eseguirlo e, di tanto in tanto, sottopone a verifica la bontà del lavoro svolto.

La differenza con il vecchio partito di massa risiede nella tipologia della discussione e del confronto che avviene nelle organizzazioni e che conduce alla selezione del gruppo dirigente. Quello di massa, tipico di un’epoca in cui il numero delle persone istruite e competenti era limitato, era un partito in cui si individuavano bisogni che un’avanguardia si incaricava di rappresentare. Le avanguardie sono rimaste vittima della diffusione dei saperi, cui la Rete ha dato un apporto fondamentale. Oggi qualsiasi partito deve fare i conti con una sempre maggiore voglia di protagonismo e la competenza che spesso l’accompagna.

La nuova forma partito seleziona la classe dirigente più sul metodo che sugli obiettivi attraverso un confronto molto orientato sulle cose da fare. Insomma, non c’è un mandato in bianco, niente delega all’avanguardia con la richiesta di essere governati come avveniva in passato.
La «cinghia di trasmissione» tra la Base del partito e la sua classe  è il territorio. L’Italia è policentrica, abbiamo una miriade di comuni. E direi che un buon 70% delle possibilità di vincere la sfida Paese dipende da decisioni prese a livello territoriale. Lo dico meglio: di persone che operano sul territorio sforzandosi di trovare soluzioni ai problemi quotidiani.
Le primarie rispondono a un lodevole intento di democrazia interna, ma nella pratica diventano un moltiplicatore di conflittualità e anche di soddisfazione, a poco prezzo, di voglia di democrazia.
In un Paese in cui gli elettori hanno perso la facoltà di scegliere i propri rappresentanti le primarie sono diventate un rimedio che resta migliore del male. Però abbiamo comunque a che fare con un sistema che non funziona. Anzi, crea nel partito l’illusione di riprodurre la democrazia elettiva negando la democrazia partecipativa. La gente viene chiamata a esprimere una decisione su persone che poi per cinque anni, fino alle primarie successive, non vedrà mai impegnate nei circoli e nel territorio. Quindi le primarie sono un rimedio con effetti collaterali illusori.
Girando l’Italia mi sono reso conto che l’operazione Partito democratico, in cui non avevo creduto, ha prodotto un effetto ottico distorsivo.
Quel mix di componenti che a Roma appare slegato, nei territori ha invece prodotto un’amalgama molto forte; amalgama che viene incarnata da figure attive in vari ambiti, dal sindacato all’amministrazione.  Allora ho pensato: «Se stanno insieme, se il collante ha funzionato, vuol dire che si può fare. E che il partito ha una sua forte ragion d’essere».
Spesso è il frutto della genuina ricerca di una sintesi, di un superamento dialettico dei contrasti.
Quando, per esempio, nel mio manifesto parlo di lavoro e industria, prefiguro il superamento della contrapposizione tra capitale e lavoro. Perché, ci piaccia o no, la tensione deriva dal fatto che i rapporti di forza tra due le parti sono diversi.
Avere dunque la visione del ruolo fondamentale dell’industria che metta insieme Maurizio Landini e Giorgio Squinzi, poiché puntare a un Paese industrialmente più forte deve essere un obiettivo condiviso. Bisogna operare puntando a ottenere un’intesa non sulle singole proposte, non sulle singole cose da fare, ma su una lista di principi generali e su una visione futura dell’Italia.

(prima parte)

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