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        E’ il ritornello dell’ultima di settimana, fino a ieri nell’intervista rilasciata al Messaggero, dice Renzi:

Recuperi dicendo quel che vuoi fare tu: lo abolisci o no il finanziamento pubblico ai partiti?

Un tema che è nella pancia dei cittadini ed espresso attraverso l’ultimo voto. Non si mette qui in discussione il principio, visto che in Germania con 130 mln e in Francia con 110 mln, questi denari pubblici non sono messi in discussione, semplicemente perchè là vige il rigore e vige il buon governo. Poco più, poco meno. La gran Bretagna invece risolve il tema elargendo poco meno di 5 milioni. Negli USA  l’Obama americano raccoglie diverse centinaia di milioni di dollari in piccoli tagli di banconote,il cui frusciare fa da colonna sonora alla credibilità, alla speranza di un futuro credibile a breve .

L’appello e il suggerimento del sindaco di Firenze, (speriamo a breve Sindaco d’Italia) è caduto nel vuoto. Eccetto, per quanto ho potuto ascoltare, Gentiloni che alla DN ha posto esplicitamente la questione. Neanche le folle ed i gruppi, sempre più crescenti a sostegno di Renzi.

La sfida non è solo alle altre forze politiche, ai cittadini che finanziano il lassismo della classe politica e la inadeguatezza diffusa dei manager pubblici; gli stipendi ed il disinteresse sociale di banchieri che mantengono alti i costi del sistema creditizio. La sfida è rivolta anche al PD, a questo PD.

Da uno scambio via twitter con pochi altri, è emerso che Bersani non può proporre l’abolizione del finanziamento. La macchina è mastodontica e molto costosa. Pare che il funzionamento si traduce in un debito quantificabile in euro. Nonostante il cospicuo patrimonio immobiliare. La generazione che si appresta a sostituire questa attuale classe dirigente, si troverà un patrimonio indisponibile.

La gestione economica entròpica del PD impedisce dunque una proposta politica indispensabile al ripristino dell’equilibrio gravitazionale tra Politica e cittadini. Tra Politica e sistema paese.

Ecco spiegato il silenzio che avvolge la sfida di Matteo Renzi. Il problema è spinoso; scusate l’eufemismo. Il fallimento politico è accompagnato, forse generato, dal disordine della gestione economica della macchina organizzativa che ha generato l’autoreferenzialità.

Raccogliere la sfida di Matteo Renzi significa pretendere che i bilanci del partito siano pubblicati; talchè si possono analizzare e proporre rimedi adeguati. Non solo per l’oculata e trasparente gestione economica, ma utilizzando questo strumento per trasformarlo in proposta politica sulla forma partito.

Un partito leggero che vive in larga parte di volontariato; un organismo vivente che incarna migliaia di sinapsi territoriali tra sé e i cittadini che vivono i problemi, ne sono tormentati o che a stento riescono a controllarli; che pertanto sono in grado di definire i problemi nella loro reale dimensione; raccontando e indicando proposte o possibili soluzioni. Riprendere i luoghi dove è avvenuto lo sfratto della democrazia. Luoghi che una volta, tanto tempo fa si chiamavano sezioni: volti, persone vere, con i sensi a mò di terminali nel confrontarsi con gli allora  interlocutori, animavano l’agorà permanente, sempre aperta, spazio di discussione e di pubbliche passioni.  Da lì partivano i volontari che producevano le ingenti risorse proprie del partito, raccogliendo denaro che faceva da colonna sonora alla credibilità di un partito, elegantemente sobrio nel suo complesso, e alla speranza entusiasta e concreta di un futuro migliore.

Leggo ora Jacopo Iacoboni che termina scrivendo:

Matteo Renzi è rimasto solo. Ecco appunto.

Facciamo in modo che nel momento in cui tornerà ad impegnarsi in pieno e liberamente, trovi già i campi arati e seminati. Insieme procederemo al raccolto che non è cosa semplice come appare.

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