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Da NoisefromAmerika

“È la somma che fa il totale”  Antonio de Curtis in arte Totò

La dinamica del debito Italiano apparentemente segue, sebbene amplificata, quella di molti altri paesi.  Tuttavia l’inizio del trend positivo  precede, di almeno un quinquennio, l’anno dello schock petrolifero, che segna l’inizio del trend postivo per quasi tutti i paesi. Come vedremo questo potrebbe essere un primo indizio della “specialità regionale”  italiana, perché il timing coincide con la fine della convergenza dei redditi delle regioni Italiane.

La dinamica del debito Italiano apparentemente segue, sebbene amplificata, quella di molti altri paesi.  Tuttavia l’inizio del trend positivo precede, di almeno un quinquennio, l’anno dello schock petrolifero che segna l’inizio del trend postivo per quasi tutti i paesi. Come vedremo questo potrebbe essere un primo indizio della “specialità regionale”  italiana, perché il timing coincide con la fine della convergenza dei redditi delle regioni Italiane.

Figura 1

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Average of Belgium , France, Germany, Greece, Ireland, Japan, Spain, Sweden, UK, USA (source IMF) 

Le teorie del debito-deficit di tipo normativo sia Keynesiane che Neoclassiche mal si conciliano con un trend positivo del debito. Infatti per motivi diversi esse prevedono deficit in recessione e surplus in espansione, quindi entrambe un debito stazionario.

Alesina e Perotti (1994) elencano una serie di teorie che cercano di spiegare l’evidenza empirica di cui sopra. Un primo approccio usa il cosiddetto ciclo politico-economico:  un corpo elettorale che soffre di illusione fiscale viene indotto a votare politici opportunisti che adottano politiche espansive alla vigilia elettorale per accapparrarsi più voti. In questo contesto, l’instabilità politica e le numerose elezioni anticipate generano maggior debito. Un altro approccio immagina generazioni non altruiste impegnate in una lotta redistributiva in cui il deficit diventa un modo per aumentare il reddito disponibile  della propria generazione. Un maggior peso degli anziani potrebbe indurre, in questo contesto, un maggior debito. Un altro gruppo di modelli considera il debito come una variabile strategica utilizzata da partiti politici molto polarizzati per limitare l’azione dei partiti avversari: se ci indebitiamo oggi e domani perdiamo le elezioni, i nostri avversari hanno le mani più legate. Anche in questo ambito, l’instabilità politica, la polarizzazione ideologica e la frammentazione inducono un più alto debito. Alcuni ricercatori si sono invece focalizzati sul contesto istituzionale in cui il budget viene definito, sia in termini di regole procedurali che di contesto internazionale in cui si colloca il paese, ad esempio i vincoli fiscali imposti da unioni fiscali e/o monetarie. Maggiori e più stringenti vincoli esterni aiutano i governi a imporre un maggior rigore fiscale.

Infine, si possono definire come modelli di interessi geografici contrapposti quei modelli che considerano le problematiche che sorgono nei contesti in cui il beneficio della spesa pubblica e il suo costo non coincidono territorialmente. Legate a queste problematiche sono le tematiche sul federalismo, sull’opacità delle regole della distribuzione della spesa pubblica e delle tasse e del commitment del governo centrale al rigore fiscale e al non bail-out degli enti decentrati.

Quale di questi approcci potrebbe essere il miglior candidato a spiegare la dinamica del debito pubblico italiano?

Una serie di lavori di Galli e Padovano (1998,2002,2005) tenta di rispondere a questa domanda. I risultati appaiono non univoci ma la frammentazione politica appare giocare il ruolo previsto di aumentare il debito mentre i vincoli esterni (SME , EMU) determinerebbero la sua diminuzione. Il peso degli anziani sulla popolazione sembrerebbe aumentare il debito mentre non trova riscontri l’importanza del ciclo politico. Al di là delle possibili obiezioni, peraltro in parte superate con l’uso di opportune metodologie econometriche, resta il fatto che l’ipotesi di un ruolo nella dinamica del debito di un meccanismo di interessi geografici contrapposti non viene testato. Ciononostante, alcuni recenti lavori sui residui fiscali suggeriscono invece che la dimensione di questi squilibri siano tali da condizionare  perfino gli avanzi primari nazionali.

POPULATION FISCAL RESIDUALS (millions of euros) GDP                   (millions of euros) FISCAL RESIDUAL/GDP 
NORTH 26’413’323 -66’549,80 805’681,27 -8,26%
CENTRE 20’723’669 -16’239,23 306’867,76 -5,29%
SOUTH 11’230’452 56’217,97 343’349,19 16,37%
ITALY 5’8367’444 -26’849,02 1’428’251,35 -1,88%
Average values for years 2004-2006 our elaboration on Staderini and Vaddala (2009)

Si tratta solo di un indizio, che per verificare necessita di una serie storica dei deficit (non solo primari) delle varie aree, al netto del fiscal gap generato da gap di reddito. Mauro L., Carmeci G. e Buiatti (2012) affrontano il tema da questi due punti di vista: quello dei dati e quello econometrico. Le ricostruzioni dei residui fiscali partendo dal bilancio pubblico sono complesse e non riescono ad andare molto indietro negli anni ed infine sono al netto dei trasferimenti per interessi. Tuttavia esistono relazioni di contabilità nazionale che consentono in linea teorica di ricostruire il deficit o il risparmio pubblico . In particolare, partendo dalla identità Risparmi totali (Stot) – Investimenti (I)= Esportazioni nette (NX) si ottiene per l’Italia sistema SEC:

Sg = – S_fam – S_imprese + Itot – IPubblico + NXest + NXinter

Il risparmio pubblico è dato dal risparmio delle famiglie (-) , da quello delle imprese (-) dall’investimento totale al netto di quello pubblico dai saldi delle partite correnti verso l’estero e verso le altre regioni (inter). Quest’ultimo è il dato più critico da trovare, ma esistono stime dei flussi netti delle partite correnti che indicano disavanzi per il sud ed avanzi per le altre regioni. Il risultato è che le nostre stime basate sulla relazione precedente  al netto di NXinter saranno distorte:  il deficit del sud sarà sottostimato e il surplus del nord sottostimato.

Incrociando vari basi dati: Wolleb and Wolleb (1990), Istat Conto Economico Consolidato delle Amministrazioni Pubbliche, Istat Conti Economici regionali, Ministero Tesoro, Banca d’Italia , Prometeia,  il risultato, dopo un lungo lavoro,  è riportato nella seguente  figura:

Figura 2 : Il risparmio pubblico per macro aree su pil regionale, nazionale ufficiale  (BDI) e nazionale stimato

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Si noti l’incredibile livello di risparmio pubblico negativo (deficit) delle regioni meridionali che di fatto guida tutta la dinamica del debito nazionale. Al fine di eliminare ogni dubbio, si consideri la figura successiva che  riporta i deficit su base PiL  Italiano confermando I risultati precedenti che poi sono peraltro molto allineati con i residui fiscali di Banca d’Italia nel periodo 2004-2006.

Figura 3: Risparmio Pubblico per macro aree su PIL Italiano e totale

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La domanda che a questo punto ci si può porre è la seguente. Questi deficit così ampi sono causati da qualche meccanismo di common pool (problemi di asimmetria tra chi paga e chi riceve il beneficio della spesa pubblica) e/o  di voto di scambio (pork barrell politics) o più banalmente  il risultato di gap di reddito permanenti e di fiscalità progressiva? Abbiamo stimato a questo scopo una regressione statistica dei deficit regionali sui valori ritardati di  gap di reddito, popolazione e il peso degli eletti nelle varie macro regioni nel governo. In particolare il deficit del Sud non risulta legato al gap di reddito ma dal peso politico che ha nel governo in linea con ipotesi di politiche clientelari  tipo do ut des.

Quando si passa a verificare la capacità statistica delle varie teorie sul debito di spiegare la dinamica del debito nazionale (nella scia  dei lavori di Galli e Padovano) e nel modello empirico si inseriscono i residui dei modelli di deficit regionali  di cui sopra, la capacità esplicativa del modello statistico migliora notevolmente e alcune variabili come il peso degli anziani perdono di importanza mentre rimane rilevante il ruolo dei vincoli esterni dei trattati.

Sia da un punto di vista dei dati sia da un punto di vista econometrico ci sembra sia possibile affermare che è dimostrata l’estrema rilevanza degli squilibri fiscali regionali per spiegare la dinamica del debito Italiano. Gli stupefacenti squilibri fiscali delle regioni meridionali per quantità e durata richiedono una spiegazione che come abbiamo visto non sembra essere semplicemente il permanere di un divario di reddito accoppiato ad un sistema fiscale progressivo. Anche in questa ipotesi, che peraltro la nostra analisi non conferma, comunque si renderebbe necessario un  approccio al tema del debito Nazionale secondo un approccio di sviluppo regionale più che macroeconomico in senso stretto.

La nostra analisi econometrica evidenzia piuttosto come sia necessario indagare sui meccanismi istituzionali che generano meccanismi di common pool e di politiche pork barrel. Solo un cambiamento radicale nell’assetto istituzionale dello stato che metta fine o almeno limiti questi processi degenerativi può sperare di intaccare alla radice le cause degli squilibri fiscali italiani.

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