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TITO BOERI
SONO bastati pochi giorni per vedere le implicazioni delle decisioni prese dalla Bce. Ha abdicato dal ruolo di unica istituzione sovranazionale europea indipendente dai governi nazionali.
Nel bollettino di agosto uscito ieri, la Banca centrale europea ha chiesto, non troppo velatamente, a Spagna e Italia di richiedere l’intervento del fondo salva-Stati, come condizione necessaria per poter intervenire a sua volta con propri piani di acquisto di titoli di stato. Questo significa che la Bce potrà intervenire solo su mandato di quei governi che chiedono formalmente un intervento esterno e di quelli che autorizzano gli aiuti del fondo salva-Stati. Il tutto a condizioni stabilite da accordi intergovernativi, in cui la Bce non ha formalmente voce in capitolo. Questo modo di procedere ha peraltro l’effetto paradossale di rendere inefficace l’intervento stesso della Bce, perché l’Eurotower è in grado di operare solo quando i Paesi sono in condizioni irreparabili, tali da essere costretti a restare a lungo fuori dai mercati. Sia il governo spagnolo sia quello italiano, non a caso, continuano ad escludere di fare ricorso al fondo salva-Stati perché sanno che chiedere l’aiuto di questo fondo comporta un costo in termini di reputazione molto forte, col rischio di finire per pagare interessi ancora più alti sul proprio debito pubblico. Per questo chiederanno aiuto all’Efsf solo quando saranno con le spalle al muro, segnalando ai mercati che la loro situazione debitoria si è molto aggravata. In altre parole, le procedure definite dal board della Bce sembrano essere fatte apposta per dissuadere chi ha maggior-mente bisogno del suo aiuto dal farvi ricorso. Come se si trattasse di un bluff e la Bce operasse nella speranza che nessuno venga a vedere il bluff, a testarne la reazione.
Quale che sia l’interpretazione delle scelte (o non-scelte) della Bce, dobbiamo comunque fare di tutto per evitare di dover chiedere l’aiuto del fondo salva-Stati. E questo non solo per la condizionalità che questo aiuto comporterebbe. Non è solo o non è tanto un problema di sovranità nazionale: il fatto è che dobbiamo evitare in tutti i modi lo stigma associato a questa richiesta d’aiuto.
Ma come farcela da soli?
Nell’ultima settimana sono tornati in auge diversi programmi divenditadi beni pubblici, utili per comprare credibilità

L’analisi Come non chiedere aiuti a Francoforte al risanamento dei nostri conti pubblici:
utile sottolineare che nessuno di questi programmi ci permetterebbe di evitare di finanziarci attraverso emissioni di titoli di Stato, ripagando i titoli alla scadenza coi proventi delle dismissioni. Infatti, anche le proposte più ambiziose non vanno oltre i 50 miliardi di vendite all’anno, a fronte dei circa 350 miliardi richiesti per coprire i titoli in scadenza. È difficile essere più ambiziosi nelle dimissioni perché la proprietà pubblica è spesso illiquida ed è dispersainmillerivoli, dalle autorità portuali alle comunità montane, dalle camere di commercio alle agenzie regionali di sviluppo, e non è quindi immediatamente disponibile. Impossibile, dunque fare il botto, abbattere in modo rapido il debito pubblico. Questo non significa che questi programmi nonvadano presi seriamente in considerazione. Servirebbero infatti ad abbassare il debito pubblico, migliorando quindi le percezioni dei mercati sulla sua sosteni -bilità. E, seppur nelle condizioni attuali si rischi di realizzare poco da queste vendite, non bisogna dimenticare che anche il costo di tenere immobilizzate queste risorse è molto alto, quando dobbiamo pagare interessi superiori al 6 per cento per servire il nostro debito. Bisogna però fare sul serio per essere credibili. II modesto piano di dimissioni varato a giugno dal go -vemo trasferisce semplicemente partecipazioni azionariedalTesoro alla Cassa Depositi e Prestiti, cheè posseduta al 70 per cento dal Tesoro e al 30 per cento dalle fondazioni bancarie. Certo, questa operazione porta formalmente debito pubblico al di fuori di quello contabilizzato dall’Eurostat. Ma si tratta di una vendita solo contabile e che peraltro apre pericolosi conflitti di interesse. Come giudicare d’ora in poi il ruolo del Tesoro come regolatore delle fondazioni bancarie quando si mette a fare affari proprio con chi dovrebbe essere oggetto della propria supervisione? Ci sarà sempre il sospetto, ad esempio, chel’autorizzazione concessa dal Tesoro alla fondazione Monte dei Paschi per indebitarsi fino al 30 per cento del proprio patrimonio, faccia parte di uno scambio di favori fra il governo e l’universo delle fondazioni. Importante, inoltre, tenere conto del fatto che il vero problema del nostro patrimonio pubblico è che rende troppo poco, perché viene dato in concessione a privati a prezzi stracciati oppure viene utilizzato per ospitare amministrazioni pubbliche che potrebbero avere sede altrove (come la caserma di Piazza S. Ambrogio a Milano) liberando risorse da mettere a frutto. La valorizzazione del nostro patrimonio pubblico può essere molto redditizia per il contribuente. Oggi il patrimonio fruttifero di Stato, Regioni ed enti locali offre un rendimento inferiore allo 0,5 per cento. Trattandosi di circa 600 miliardi, facendoli rendere, come è realistico, al 5 per cento, potrebbero fruttarecirca25 miliardi in più all’anno. Ma per riuscire a far rendere di più questo patrimonio, più che ad operazioni di ingegneria finanziaria, oggi è necessario progettare strutture vere, non solo di nome, in grado di vincere le resistenze di chi si erge a tutela dello status quo. L’esperienza fallimentare di Patrimonio Spa, liquidata da Tremonti nel 2011, cioè dal suo stesso creatore, a testimonianza di queste resistenze. C’è un costo politico da pagare nel contrastare la gestione clientelare del patrimonio pubblico. Meglio per questo rivolgersi ad agenzie esterne, legare le mani a una classe politica che ha orizzonti troppo angusti per fronteggiare l’opposizione di chi oggi gode di forti posizioni di rendita. L’esempio del mese è quello dello sciopero degli ombrelloni decretato dai gestori degli impianti balneari del nostro litorale, prendendo in ostaggio le famiglie in vacanza. Chiedevano al governo di non mettere a gara le concessioni demaniali, così come previsto dalle direttive comunitarie. Per cercare di placare l’irritazione delle famiglie in vacanza, sostenevano di voler evitare di svendere le nostre spiagge ai russi e ai cinesi. La verità è che gli attuali gestori spesso sub-affittano un metro quadro di spiaggia a prezzi anche 50 volte superiori a quelli da loro pagati per la concessione. Un ulteriore vantaggio della messa a frutto del nostro patrimonio è che si tratta di un’operazione ordinaria. II principio generale in questo momento dovrebbe proprio essere quello di evitare di reagire all’emergenza con interventi una tantum, che danno un pessimo segnale agli investitori, ci fanno apparire come un paese all’ultima spiaggia e non certo per i motivi addotti dai gestori dei nostri impianti balneari. Per questo motivo, oltre a far rendere di più il patrimonio pubblico, bisogna anche andarea fondo nella revisione della spesa pubblica, cominciando davvero a declinarla in italiano. A proposito: i sindacati che hanno, con qualche ragione, lamentato i “tagli lineari” sin qui contemplati dal governo, se davvero vogliono i tagli selettivi, quelli che intervengono sugli sprechi anziché colpire nel mucchio, dovrebbero dare il via libera alle valutazioni nella scuola, nell’università e nelle amministrazioni pubbliche. Queste valutazioni sono indispensabili per identificare gli sprechi e premiare chi è più efficiente nel gestire le risorse pubbliche. Chi chiede di “intervenire con il bisturi e non con l’accetta” deve perciò necessariamente accettare la cultura delle valutazioni delle amministrazioni se non dei singoli.

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