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Gent.mo dott. Roubini,

all’indomani della Sua intervista a ” La Repubblica ” del 16 giugno u.s., Le inviai un mio post a commento di alcune Sue affermazioni.

(L’Europa, CarloMagno e Roubini).

In particolare alla necessità da Lei ravvisata di una ulteriore cessione di “sovranità dei paesi periferici all’Europa, con particolare riguardo alla Germania”. Alla luce di  fatti recenti e remoti che riguardano intrinsecamente il sistema bancario tedesco,ma non solo, da me accennato allora, Le sarei grato se volesse riconfermare o meno le posizioni da Lei espresse nella intervista sopracitata.Allora scrivevo che il sistema bancario tedesco non era un esempio limpido di gestione, per cui la Germania avesse titolo di supervisore dei conti altrui. Del resto, i dati sugli stress test della banche germaniche, sono mai stati resi pubblici? Ed ora, perchè il governo teutonico respinge il sistema di sorveglianza europea interbancaria?

Le allego qui di seguito un post di Rita Castellani trascritto integralmente:

La sensazione, in giro per il mondo,  è che ci si prepari alla fine della fase acuta della recessione: alcuni fermamente intenzionati a tornare allo status quo precedente, come se niente fosse; altri decisi invece a cambiare le condizioni che hanno determinato i disastri economici e sociali, di cui ancora soffriamo le conseguenze; altri ancora in mezzo al guado, tra il confuso e l’impotente.

Cominciamo dalla fine. La politica è il grande assente in questo delicato punto di svolta. E non solo quella specie di opera dei pupi a cui è ridotta quella di casa nostra. Non è riconoscibile un progetto politico di respiro lungo delle grandi nazioni democratiche, senza il quale non è possibile né il confronto, né un avvio di cooperazione.  Le elezioni negli USA e in Germania, con campagne elettorali, prolungate da elezioni intermedie di varia ampiezza, hanno finito con l’assorbire quasi gli interi mandati di maggioranze e opposizioni, condizionando pesantemente le interpretazioni della crisi e i modi di affrontarla.

Ma l’avvicinarsi delle scadenze elettorali ha almeno il pregio di mettere a nudo, impudicamente verrebbe da dire, quanto fin qui sospettato da molti: e cioè che i nodi principali da sciogliere, per superare questa fase e provare a mettere le basi per altro, sono tutti nei comportamenti delle banche, le grandi soprattutto. E così, dove non è arrivata la politica, stanno arrivando i giudici, quelli inglesi e, in particolare, americani.

I nodi, i principali:

– la questione Libor (e Euribor), ovvero la fissazione del tasso interbancario sul mercato finanziario internazionale (ed europeo), affidata a diciotto banche internazionali, in nome della famosa autoregolazione; le quali hanno invece fatto cartello, con la complicità delle banche “minori”, al fine di adottare quel tasso, e non quello prossimo allo zero applicato loro dalle rispettive banche centrali, come riferimento anche per i clienti commerciali. Conseguenze: lucro e abbattimento dei rischi per le banche, ulteriore strozzatura dell’economia reale.

– l’intreccio tra affari ad alto rischio e comportamenti illegali. La Deutsche Bank è indagata dalla giustizia americana per riciclaggio (sì, come un capomafia di casa nostra) di fondi provenienti dall’Iran e dal Sudan, insieme ad altri tre istituti non ancora nominati. E già dal 2009 le filiali americane di grandi banche europee (Abn Amro, LLoyds, Credit Suisse….) sono accusate di aver fatto il gioco di Iran , Cuba e Corea del Nord. Per la Standard Chartered si parla di “ripulitura” di fondi provenienti da paesi legati al terrorismo e alla droga. Come nota Marco Onado (editoriale de Il Sole 24Ore del 17 agosto), la svolta che fa pensare che stavolta non ci si accontenterà di patteggiamenti è nel riferimento a una legge del 1921, che non richiede la dimostrazione dell’intento fraudolento dell’accusato da parte dell’accusa.

I Procuratori negli USA sono cariche elettive e qualcuno potrebbe anche pensare che la politica, abbandonata la porta principale, stia rientrando dalla finestra dei tribunali. Ma se l’azione di questi giudici dovesse scontrarsi con gli obiettivi del futuro Presidente, che ne sarà di questi processi?

In Europa, intanto, mentre le pretese tedesche sugli altrui bilanci sono ribadite con ottusa monotonia, quasi ad impedire ogni interlocuzione,  la già casta Germania si oppone alla possibilità che la sorveglianza centralizzata della BCE si estenda a tutte le banche, incluse cioè le Casse di Risparmio (Sparkasse) e le loro controllate Banche Regionali (Landesbanken), generalmente di natura pubblica e, quindi, legate alla politica. Queste banche raccolgono insieme il 50% dei depositi di famiglie e imprese tedesche e alcune di loro toccano dimensioni superiori alla gran parte delle banche (private) italiane. Sono anche le banche che, qualche anno fa, hanno più investito in titoli tossici, ricevendo per questo aiuti UE e nazionali.

Ma il dato più preoccupante, come sottolinea Riccardo Sorrentino (Il Sole 24Ore, 12 agosto 2012, p.11) è che il sistema dei controlli, attualmente facente capo alla Bundesbank, è più formale-burocratico che sostanziale e le regole del gioco rischiano di irrigidirsi pesantemente, se la sorveglianza passasse alla BCE.

A fronte di tutto questo, L’Economist ha coniato il neologismo banksters, per indicare che Al Capone era solo un po’ meno tecnologicamente evoluto di questi signori. E allora qui sorge spontanea una domanda: ma l’indignazione, che solo mesi fa riempiva le piazze e che ora avrebbe sostanza davvero per chiedere svolte epocali, che fine ha fatto? O era indirizzata solo alla banca “del mio vicino” e ora che si scopre che non si salva nessuno, ognuno teme per il proprio orticello?

Qualcosa bisognerà cominciare a fare, tuttavia. E la proposta più sensata che comincia ad emergere è, per dirla con le parole di Luigi Zingales, “lo spezzatino”, ovvero nuove regole che impongano  (di nuovo) la divisione tra banche commerciali e banche di investimento, per evitare che possano continuare a scaricare sulla clientela i loro eventuali investimenti finanziari fallimentari, attraverso il collocamento di obbligazioni “fasulle” (ricordate Cirio e Parmalat, tanto per fare un esempio nostrano?).  “Lo spezzatino” implicherebbe anche dimensioni minori e, auspicabilmente, un allentamento dei legami con la politica di gestione. Regole da estendere a livello internazionale, possibilmente: e qui torna il discorso sulla necessità di una politica di visione, che torni ad essere consapevole che l’interesse particolare si consegue in modo più efficace e duraturo,  perseguendolo contestualmente all’interesse generale.

L’opera dei pupi nostrana è lontanissima da questi discorsi: eppure io credo che dovrebbero essere al centro delle riflessioni per la costruzione dell’Italia futura. Cioè: la Prossima Italia.

La ringrazio infinitamente della risposta se vorrà.

Angelo D’anna- Bologna

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