Pubblico volentieri questo pungolo feroce dei ” ragazzi ” di nfA.

E’ utile a darci delle risposte, di cui ho già scritto su Linkiesta e su prossimaitalia.

 2012  sandro brusco e michele boldrin

No, non vi chiediamo di propagar le verità sociali. Vi chiediamo di riflettere. È veramente il PD lo strumento migliore per fermare il declino italiano?

Caro Compagno Che Resta nel PD,

abbiamo discusso parecchio, con te e altri come te, durante il mese che ha preceduto la pubblicazione del manifesto su ”fermare il declino”. La discussione si è svolta sempre su due piani. Il primo piano era quello della discussione concreta sulle cose da fare. Pochi contrasti in questa area: ci dicevi che l’insieme di proposte era, per usare le parole della canzone, ”se non del tutto giusto quasi niente sbagliato”. Le discussioni su aspetti marginali ci sono sempre, ma era chiara la condivisione di fondo sia dell’impianto analitico sia del grosso delle proposte.

Ci siamo presto resi conto però che l’accordo sulle priorità riguardo alle cose concrete da fare, nello strano mondo della politica che stiamo lentamente riscoprendo, non appare chiaramente ragione sufficiente per unire le forze. E qui la discussione scivolava sul secondo piano, quello della opportunità e della strategia politica. Qui il dissenso era invece marcato. Ci spiegavi infatti che se veramente si vuole cambiare il paese, non è pensabile farlo con una forza nuova e minoritaria. Occorre un partito di massa. E aggiungevi che per quanto esasperante possa apparire l’afasia e la paralisi del PD attuale, per quanto pericolose siano le sue pulsioni populiste e le sue tentazioni di ritorno alle vecchie certezze politiche e ideologiche, questa resta pur sempre la migliore opportunità per arrivare a un cambiamento reale, il miglior veicolo per una politica riformista che aiuti a tornare a crescere dando opportunità a tutti quelli che al momento non ne hanno nessuna. Ci sono stati lunghi scambi di e-mail, con te e altri come te, e alla fine ci siamo lasciati riconoscendo il nostro disaccordo. Ma ti abbiamo anche promesso che avremmo spiegato in modo più articolato la nostra posizione, cosa che negli scambi di e-mail un po’ frenetici è difficile fare. Eccoci qua.

Cominciamo dal primo punto, su cui in realtà siamo completamente d’accordo. Come ti abbiamo detto, abbiamo deciso di aiutare la nascita di una nuova forza politica che ponga al centro dell’agenda la crescita economica e la fine delle rendite monopolistiche e dei conflitti di interesse che continuano a bloccare il paese. Per ottenere questo, secondo noi ma anche secondo te quando sei in vena di ammetterlo, occorre rivoltare lo stato italiano come un calzino. Questo è rilevante per la nostra discussione ma, per il momento, prendiamone semplicemente nota e andiamo avanti con il ragionamento. Tutte le attività nuove sono rischiose, nel senso assai concreto che il rischio di fallimento è molto più alto che per le attività stabilite. Vale per le imprese, vale per i soggetti politici. A parte il rischio del fallimento tout court, non ti nascondiamo che temiamo forse ancora di più il successo parziale. Temiamo cioè che questa esperienza, pur riuscendo a sopravvivere, finisca per ricalcare le storie dei vari partitini di estrazione liberale-azionista italiani; sono state in alcuni casi storie nobili e in altre assai meno nobili, ma sempre minoritarie e poco attente a quella che una volta si chiamava ”questione sociale”. Se così sarà, questa esperienza sarà stata effettivamente inutile, se non dannosa. Quindi sì, il cambiamento del paese ha bisogno di una vasta alleanza tra i produttori e non può che assumere la veste politica di un movimento di massa. O si riesce a crearlo o non ci sarà rinnovamento e il nuovo soggetto politico diventerà una delle tante sigle minoritarie che si agitano incessantemente per cercare di assicurare poltrone o strapuntini a pochi squallidi professionisti del parassitismo. Speriamo di no, ma se così finirà ce ne andremo ben prima. Ma riconosciamo il rischio che ci stiamo prendendo. A fronte di questo rischio, a nostro avviso, c’è un rendimento. Infatti, sempre a nostro avviso, prendersi questo rischio è oggi l’unica manieraper provare ad ottenere il rendimento che sia tu che noi riteniamo assolutamente prioritario.

Quest’ultima osservazione, lo sappiamo, non la condividi. Tu ritieni che vi sia un’altra strada praticabile per rivoltare lo stato italiano come un calzino e riportare al centro dell’agenda politica la crescita economica: diventare maggioranza nel PD. Su questo secondo punto il disaccordo è invece totale: ignoriamo, per il momento, la questione del “vostro” diventare maggioranza nel PD; facciamo finta che ci riusciate. Anche assumendo che questo improbabile evento si realizzi noi riteniamo impossibile che, nel quadro attuale, il PD possa essere trasformato nei tempi brevi imposti dall’emergenza politica ed economica in un agente importante di rinnovamento. Su questo, a ben vedere, anche tu hai espresso vari dubbi. Hai usato ironia e self-deprecation, come facciamo anche noi quando ci dichiariamo appassionati delle cause perse o parliamo di mission impossible. Ma, alla fine, la tua conclusione è stata che, per quanto la strada sia impervia e difficoltosa, il rinnovamento del PD resta l’opzione più realistica. Il resto di questo pezzo lo dedicheremo a spiegare perché tale opzione è invece irrealistica, al punto dell’impossibilità, anche nell’assurda ipotesi che la posizione che tu esprimi possa diventare – per una di quelle strane alchimie politiche e giochi di alleanze fra questo e quel boss che definiscono sin dalla sua nascita la vita politica del PD – “maggioranza” al suo interno. Spiegheremo poi perché, invece, la strada della costruzione di una forza nuova, sempre impervia e difficoltosa, abbia almeno una possibilità di raggiungere lo scopo.

Facciamo una premessa al ragionamento. Non ci sono mai piaciuti i toni allarmisti e catastrofisti, ma occorre riconoscere che la situazione è ormai grave e che agire in fretta è essenziale. Quindi, caro Compagno/Amico-che-resta-nel-PD, su di te cade purtroppo l’onere di argomentare non solo che il PD può nettamente migliorare rispetto alla situazione attuale, ma che può farlo in tempi relativamente rapidi. Il paese non può aspettare dieci o venti anni che il PD ”maturi”. È urgente fare di tutto perché la prossima legislatura non venga buttata al vento, come è avvenuto con questa (e quella precedente, e quella precedente ancora…). Basterebbe questo in verità a sconsigliare la permanenza nel PD. Dopotutto gli esseri umani che ora reggono le sorti del PD hanno governato dal 2006 al 2008 e dal 1996 al 2001 (alcuni di loro anche in tempi precedenti, ma transeat). Dicci, fratello, quali fra costoro sarebbero, a tuo avviso, capaci anche solo di comprendere ciò di cui il paese ha bisogno? Non è una domanda retorica, è una domanda seria a cui si può rispondere solo con nomi e cognomi. Riflettici: la politica si fa, anzitutto, con la selezione delle classi dirigenti.

Andiamo avanti perché, a nostro avviso, non è solo questione di tempi. La verità è che a noi il PD pare ormai chiaramente irriformabile, non importa in quale arco temporale, per due ragioni di estrema importanza. La prima è la cultura del gruppo dirigente. La seconda sono gli interessi materiali di una vasta parte del partito e dei gruppi sociali che a esso fanno riferimento.

Cominciamo con la cultura del gruppo dirigente. E cominciamo volando alto, quindi ignorando la deriva neostatalista dei vari Fassina e Orfini (i capoccia veri tendono a star zitti e mandare avanti gli altri) o il coinvolgimento della dirigenza PD nel sistema di casta che tanto male ha fatto al paese; ci torniamo dopo ma per il momento guardiamo proprio a quel filone che nel centrosinistra si è sempre perlomeno posto il problema della crescita e non ha avuto problemi ad accettare l’importanza dell’iniziativa privata. Fatevi la seguente domanda: avete mai osservato nel partito una qualche elaborazione che andasse al di là dei temi classici della cosidetta destra amendoliana del PCI o della sinistra democristiana circa anni 60-70? I temi classici di quei filoni culturali erano il ”compromesso tra capitale e lavoro”, e più specificamente tra grande industria e organizzazioni sindacali sotto la benedizione dello stato, l’espansione della spesa pubblica per la fornitura di beni e servizi ”essenziali”, la presenza massiccia a scopi regolatori e di pianificazione dello stato nell’industria. Il compromesso tra capitale e lavoro veniva visto come un patto tra rappresentanti politico-sindacali dei rispettivi fattori di produzione per spartire gli extra profitti delle industrie oligopoliste dominate dalle grandi imprese. La comprensione del ruolo che il mercato ha nella promozione dell’innovazione e del progresso economico – ossia: nello smantellamento delle posizioni oligopoliste: tu come noi sai perfettamente che ciò che rende “buoni” i mercati concorrenziali è proprio la dissipazione delle rendite oligopolistiche! – fu invece molto limitata se non nulla. L’espansione dei programmi di spesa venne fatta senza alcuna riflessione sui problemi di incentivo nella gestione della forza lavoro. Il problema di promuovere l’efficienza nella fornitura pubblica di sanità ed educazione venne in buona misura ignorato, o per scarsa comprensione o per ossequio alle forze sindacali alleate. Infine pochissima riflessione venne dedicata al rischio di uso opportunistico da parte dei politici delle imprese pubbliche o semipubbliche. L’idea che la mobilità sociale sia frutto di mercati concorrenziali è da sempre completamente assente da quell’apparato teorico: non a caso molti di voi si scontrano quotidianamente con un muro tutte le volte che sostengono l’opportunità di rendere il mercato del lavoro meno rigido per permettere ai capaci di andare avanti e progredire economicamente facendo così progredire il paese con loro. Questo, ovviamente, è solo un esempio. Pensa alla concezione che Mussi (l’ultimo “vostro” ministro) aveva dell’università e della scuola. La cultura economica di costoro, alla fine, è ancora quella del “piano del capitale” e del “contropiano operaio”, solo che la declinano amendolianamente nella forma dell’accordo politico fra le due parti, l’una contro l’altra armate …

Questo approccio rimase ben presente durante la seconda metà degli anni ’90, un periodo che è stato probabilmente il punto massimo di espressione del riformismo di sinistra in Italia, quando i governi procedettero a massicce privatizzazioni, introdussero con la legge Treu importanti modificazioni nel mercato del lavoro e portarono il paese all’entrata nella moneta unica. Anche in quel punto alto del riformismo di sinistra italiano c’erano dei chiari problemi su cui si sarebbe dovuto riflettere, se non allora almeno successivamente. Le privatizzazioni vennero fatte, è inutile nasconderlo, sotto la spinta dell’urgenza di far cassa per fronteggiare una situazione assai critica del debito pubblico. Vennero infatti subite perché, mentre la motivazione era far cassa, l’impulso intellettuale veniva dall’esterno dei partiti che sono poi confluiti nel PD: era il prodotto di alcuni “tecnici” prestati alla politica, il cui nome non crediamo serva fare. Il futuro PD subì le privatizzazioni, non le gestì né le fece proprie. Non ci fu, infatti, alcuna spinta convinta alla liberalizzazione di quelle industrie perché non c’era la capacità di intendere a cosa serviva privatizzare e in che senso liberalizzare, ossia rendere concorrenziali i mercati, possa servire per generare crescita economica e mobilità sociale (il fatto che la destra lo capisse anche meno non è una scusante). Al contrario, praticamente sempre, l’apparato dello Stato – quello concreto, compagno/amico, quello fatto di alti funzionari, direttori generali, boiardi delle imprese pubbliche, magistrati prestati all’amministrazione, eccetera: quelli che guadagnano tutt’ora cifre non viste in ogni altro paese occidentale – lottò per mantenere la sua influenza nelle imprese che stava vendendo, cercando di mantenerne il controllo mediante partecipazioni azionarie e golden shares. Pensa, tanto per dire, alle fondazioni bancarie …

La legge Treu (e quelle successive) ha accentuato il dualismo nel mercato del lavoro scaricando praticamente per intero il costo dell’aumentata flessibilità sui giovani (che sono ormai sempre meno giovani). Gli obiettivi di finanza pubblica che hanno permesso l’entrata nell’euro vennero raggiunti principalmente grazie ad aumenti di tasse. Tutto questo non successe per caso. Al contrario, tutti i difetti dell’azione riformatrice di quel periodo sono chiaramente imputabili alle radici culturali, amendolismo e sinistra democristiana, di quella classe dirigente. Oltre, ovviamente, a corposi interessi materiali. Non siamo nati ieri: i “capitani coraggiosi”, caro compagno/amico, sono un’invenzione della sinistra “riformista” di quegli anni. È questo il mercato che vai cercando?

Cosa è stato fatto negli ultimi 15 anni, nel centrosinistra o anche altrove, per superare quei limiti culturali? Niente. Al contrario, sono stati fatti cospicui passi indietro, che tra poco discuteremo. Quale speranza esiste che nei prossimi mesi la deriva manifestata dal centrosinistra negli ultimi 15 anni possa essere rovesciata? Nessuna. Questi 15 anni dovevano e potevano essere usati per riflettere sul ruolo dell’economia di mercato per promuovere l’innovazione, per ridisegnare gli incentivi nel settore sanitario e nell’educazione, per ripensare l’opportunità della attuale, soffocante, tassazione di lavoro e impresa. Per riflettere, insomma, sullo stato vero, quello materiale fatto di ministeri e regioni, non quello astratto e sapiente dell’antico leninismo. Nulla di ciò è avvenuto. È avvenuto qualcos’altro.

È avvenuto il Prodi bis, un governo che ha aumentato le tasse sui precari per finanziare un abbassamento dell’età pensionabile riservato ai fortunati appartenenti alla generazione giusta e ai settori giusti. È avvenuta la virulenta ripresa di una forte ala neostatalista (o forse sarebbe meglio dire veterostatalista, visto che di nuovo non c’è proprio nulla) nel partito, che ha scelto di usare la crisi finanziaria e politica per tornare a vecchie certezze sul ruolo dello stato in economia, sulle modalità di regolamentazione del mercato del lavoro e su tante altre cose. Di fronte a questa offensiva, la cultura dell’amendolismo è risultata chiaramente perdente. Le voci che si sono levate nel partito per difendere non tanto una qualche astratta nozione di liberalismo ma molto semplicemente un approccio pragmatico e non ideologico alla politica economica sono state pochissime e assolutamente minoritarie.

L’esperienza del governo Monti purtroppo sembra essere un deja vu degli anni ’90. La sinistra italiana, nel momento in cui è costretta a dover ammettere che l’attuale sistema economico è semplicemente non sostenibile, reagisce restando riluttante e sempre sulla difensiva. Anzichè cogliere l’occasione per fare proposte audaci e pensare profonde riforme nel welfare, nel mercato del lavoro, nella liberalizzazione dei mercati e tante altre cose di cui il paese ha disperatamente bisogno, la sinistra sceglie la strada della difesa dell’esistente, concendendo di malavoglia e con estrema titubanza soltanto il minimo necessario ad evitare il collasso del paese. Anche nell’ala più ”montiana” del partito l’obiettivo dell’equilibrio di bilancio è essenzialmente un obiettivo di aumento delle tasse, non di riduzione della spesa. Questo, caro Compagno Che Resta nel PD, è il partito in cui hai scelto di continuare a militare e che, ci dici, speri prima o poi di cambiare.

E veniamo al secondo punto. Siccome il pezzo è già troppo lungo ci limiteremo a porti alcune domande, lasciando poi a te la riflessione.

In effetti, la cultura del gruppo dirigente è pessima ed è andata deteriorandosi, ma alla fine, come ci insegnava il tizio di Treviri, la cultura è parte della sovrastruttura. Se il PD comunque rappresentasse le forze sane e produttive del paese, la mediocrità del suo gruppo dirigente farebbe relativamente pochi danni. E qui è dove veramente ti chiediamo di pensare e riflettere. Chi e cosa rappresenta, oggi, la sinistra italiana? Cerca una risposta onesta ed evita che l’amore per vecchie bandiere offuschi l’analisi. Mettiamola cosi’: secondo te, ideologie e cretinate sovrastrutturali a parte, chi produce più valore aggiunto in Italia? I gruppi sociali che il PD rappresenta con le sue proposte politiche ATTUALI o il resto? Lo sappiamo, questa domanda è un po’ un colpo basso, ma è importante. Sai anche tu che gli incentivi contano, o no?

Infine: qual è il livello di coinvolgimento dei suoi dirigenti nel sistema della casta che, dalle fondazioni bancarie alle municipalizzate, tanto danno crea al paese? Quanto consenso ha il partito nelle zone e nei ceti più produttivi del paese? Quali sforzi ha fatto per recuperare il consenso in quelle zone e di quei ceti? Sforzi veri, correlati da riflessioni su come abbassare in modo credibile e realistico la pressione fiscale e su come aumentare l’efficienza dello Stato, non battute propagandistiche.

Facci sapere. Noi attendiamo pazienti. La cosa che andiamo creando è aperta, è un movimento reale che vuole cambiare lo stato di cose presenti ..

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