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Caro Segretario Pierluigi Bersani,

ha mai ascoltato quel bellissimo album di Beck chiamato Sea Change? A un certo punto, in un disco costruito su una malinconica chitarra acustica, si faceva spazio una canzone speciale. Si chiamava Lost Cause, la “causa persa”, e il ritornello, perfetto ed equilibrato come pochi, diceva questo, e solo questo: baby, you’re a lost cause, “piccola, sei una causa persa”.

Un misto di rassegnazione, lo sguardo triste e al contempo dolce di chi non può fare altro che prendere atto di una situazione: forse qualcosa si può ancora fare, forse qualcosa la puoi ancora salvare, sì, ma in quel momento non si è più sicuri di niente.

Il parallelismo col PD viene facile, per chi ha speso – e spende tutt’ora – tempo, energie, passione, rabbia all’interno di questo Partito. Il grande Partito della sinistra moderna, progressista, riformista, inclusiva e aperta al confronto, anche aspro, anche duro. Inutile dire che da tempo non è più così.

Il Partito Democratico, il mio Partito, è ostaggio di una lotta tra bande che non può che fare male proprio a chi – e ce ne sono tanti, sa? – ha voglia di creare qualcosa di positivo, di andare – per davvero – oltre i vecchi schemi e le vecchie soluzioni, oltre il vecchio gioco della sinistra divisa tra chi è puro e chi è ancora più puro.

Abbiamo sempre perso, anche quando abbiamo vinto: perché questo Paese non lo abbiamo mai cambiato, e forse non ci abbiamo mai nemmeno provato per davvero. Sì, siamo bravi amministratori. Sì, siamo persone oneste (anche se non è proprio così, e quella famosa superiorità morale possiamo riporla nell’armadio, scaffale in basso). Sì, abbiamo a cuore i problemi delle persone, è vero. Tutto vero, anche se un po’ ce la siamo raccontata. Ma non è più sufficiente.

Io ho tanti dubbi, Segretario, ma una sola, grande certezza. La più terribile di tutte, ad essere sincero: che il Paese non lo cambieremo nemmeno questa volta. Quello che è successo nell’ultima Assemblea Nazionale è oggettivamente un brutto passo indietro. È un brutto segnale per diverse ragioni: grave è, in primo luogo, la mancata votazione degli ordini del giorno presentati da Paola Concia e Ivan Scalfarotto.

Davvero si pensa di poter soprassedere su una questione tanto importante, solo perché “era già stato votato il documento della commissione diritti”? Non è questo il Partito al quale mi sono iscritto: questo è il Partito dei cavilli, delle mani legate, della burocrazia, è il Partito che soffoca la diversità e normalizza tutto, in nome di una tanto finta quanto dannosa unità.

E, non dimentichiamocelo, non si è parlato nemmeno di primarie, che erano l’argomento dell’ordine del giorno di Gozi, Civati, Vassallo e altri. Anche lì, i motivi sono vaghi, e non molto convincenti. Non è incredibile, Segretario? Non parliamo nemmeno più delle cose. Litighiamo sul nulla, su cose che non possiamo nemmeno discutere nelle sedi opportune, perché non ce ne viene data la possibilità. Se questo è un Partito, beh, non è quello Democratico.

E se entriamo nel merito è ancora peggio: è la sconfitta culturale e politica di una generazione, la mia, quella dei nativi democratici laici, progressisti e di sinistra. Una generazione politica prima che anagrafica, che non vuole i PACS: vuole gli stessi diritti, per tutti.

Non uno di meno: matrimoni tra persone dello stesso sesso. Perché è giusto così, Segretario, perché negli altri paesi queste cose qui le fanno i conservatori, oltre che i progressisti: è una cosa di buonsenso, e non serve nessuna coalizione tra progressisti e moderati. I Partiti di sinistra sono vicini alle persone, Segretario: il PD ci prova, ma da alcuni è molto lontano. C’è qualcosa di peggio?

A molti di noi, Segretario, non interessano gli scontri interni e i cavilli burocratici: non hanno grande interesse nell’inserirsi nelle due grandi divisioni di cui tanto si parla, quelle tra socialdemocratici e liberali (continuo a pensare che nella sinistra italiana siano categorie farlocche, ma tant’è), eppure sono costretti a farlo, per via di come è diventato il PD. Prendo atto di un elemento importante: oggi ad una minoranza di persone è stata preclusa la possibilità di esprimersi completamente.

Costruiremo in futuro, Segretario, un Partito Democratico degno di questo nome: porteremo a compimento le speranze e i sogni degli elettori ormai stanchi e delusi, e cercheremo di spazzare via le loro paure. Costruiremo un’Italia nuova, civile, educata, garantista, aperta, europeista e soprattutto giusta. Per come stanno andando le cose, temo però che toccherà arrangiarci da soli.

Con immutata stima,

Enrico Procopio

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