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Nella prima parte concludevo sottolineando quanto il made in Italy avesse riconquistato 77 MLD € durante gli anni della crisi (2010-agosto 2011) riportando il volume di esportazioni a 369 MLD ( pressapoco il volume pre-crisi del 2008).

Il dato è importantissimo perchè mette a nudo la disfunzione fondamentale del sistema:
se è vero che il P.I.L. italiano ammonta a ca. 1.580 MLD €, e di questi il 24-28% viene esportato, significa che la nostra economia è  attivata principalmente sulla domanda interna e sulla produzione di beni non scambiabili sui mercati internazionali.
E’ simile alla situazione di animal farm  (George Orwell  1945), allorchè Napoleon si rende conto che la produzione ed il consumo interni, non possono più soddisfare una miglior qualità della vita e la conquista di nuove fattorie (detto brevemente)**
Per estensione il medesimo concetto può applicarsi ad una nazione: commercializzare i propri prodotti sui mercati internazionali, importando denaro, cioè ricchezza prodotta da altri paesi al netto della merce importata.
Cioè a dire producendo un surplus nella bilancia dei pagamenti con l’estero.
Inoltre parte della domanda interna dovrebbe essere sempre più soddisfatta da prodotti fabbricati da filiere italiane o comunque operanti sul territorio nazionale.
Che fare nell’attuale situazione ?
A questo punto è necessario aprire una parentesi ed ascoltare le proposte  del maggior partito italiano per risollevare le sorti dei paesi più deboli dell’area euro.
A)Riassumendo brevemente dall’intervista:
1-una parte del debito dev’essere pagato dalla finanza perchè la finanza ha messo nei guai il paese;
2-una parte del debito dev’essere mutualizzato con l’emissione di bond europei a tassi bassi per i paesi più in difficoltà;
3-emissioni di project bond per investimenti ed infrastrutture;
4-i paesi che possono fare politiche espansive come la Germania diano più salari, più potere d’acquisto per sostenere i consumi; perchè ci sono paesi che possono farlo e paesi che non possono farlo.
5-riforma del controllo della finanza, tanto più che molti conservatori, fuori dalla Germania hanno capito che così non si può andare avanti.
B)In sintesi:
tassazione sulle transazioni finanziarie, soldi in prestito dalla BCE mediante emissione di bond, richiesta agli altri paesi che sono in grado di farlo, di sostenere i consumi interni.(suppongo per sostenere le nostre esportazioni)
C)In 4 parole: gli altri devono aiutarci.
E perchè mai la Bundesbank e la destra tedesca dovrebbero scambiare Bismarck e Calvino per il buon samaritano?
Nella migliore delle ipotesi (politiche economiche, finanziarie ed industriali virtuose) il buon samaritano darebbe slancio ad un sistema fortemente competitivo nei confronti della stessa Germania.
Il dato sopra ricordato del recupero delle esportazioni italiane, nel periodo più grave della crisi, indica anche  un aumento del +29% con dati espressi in dollari; non solo nel G7 (con la Germania seconda a +26% e il Giappone ultimo a +4%) ma anche in confronto agli altri due maggiori esportatori mondiali (con la Cina a +22% e la Corea del Sud a +19%). Da due trimestri consecutivi, secondo i dati WTO, le nostre esportazioni crescono più di quelle della Germania, mentre già avevano raggiunto il ritmo di espansione di quelle tedesche nell’ultimo trimestre dello scorso anno. (Marco Fortis-il sole 24 ore)
Che interesse ha l’attuale Germania, e forse anche la prossima, ad aiutarci favorendo un temibile concorrente per le esportazioni tedesche?
Allo stato attuale è il volume monetario delle esportazioni a fare la differenza tra noi ed il 3° esportatore mondiale.Nel 2008 le esportazioni italiane incidevano con il 29% sul P.I.L., decisamente più basso del 47% della Germania che è di 1,62 volte il volume italiano.
La promiscuità del sistema tedesco tra banche e imprese, ha dunque interesse a mantenere politiche restrittive per i paesi deboli; non del tutto a torto, ma neanche in nome di una ideologia monetaria rigida, che forse  nasconde motivi inconfessabili. ( magari per fare shopping di imprese se la crisi si protrarrà per un altro anno.)
L’ industria manifatturiera assume un ruolo fondamentale per le esportazioni, Germania docet.
Gli U.S.A stanno riportando all’interno produzioni finora delocalizzate.
Inoltre aspetto strategico, la manifattura è il settore che chiede ed accoglie le innovazioni tecnologiche;collocandosi pertanto a pieno titolo nella società del sapere, dell’intelletto, della ricerca di nuove tecnologie e di formazione degli addetti alla produzione.
Tuttavia dal grafico sulla composizione del P.I.L. 2010, emerge che l’industria incide solo per il 19,96%;specchio di un sistema apparentemente ricco e molto avanzato che tende più al terziario che non alla produzione industriale.
L’esempio a lato della produzione esterna di Ipad, la dice lunga sul ritorno di valore economico e sociale           all’interno del territorio.
Come dicevo in uno dei precedenti post, non dobbiamo inventarci nulla più di quanto abbiamo già: la capacità di produrre e, come dimostrano quelle imprese che hanno conseguito un + 5,6% di export nel 2011 con le sole proprie forze, abbiamo anche la capacità di competere con i migliori.
Non c’è dunque da meravigliarsi se gli ispettori nordici della commissione europea, che si avvicendano nei conti italiani, non danno indicazioni di potenziare ciò che potrebbe innescare una ripresa della crescita; rimanendo sempre incollati rigorosamente alla salvaguardia di bilancio, strozzando letteralmente il sistema; purtroppo con una certa accondiscendenza del governo italiano.
Per ampliare e dare slancio all’industria occorrono denari.Per ridurre il nanismo delle imprese occorrono meno denari ma più sostegno governativo di incentivazioni e forti iniezioni culturali.(impresa familiare diffusa)
Per allargare la base produttiva in generale occorrono sostanzialmente  due sorgenti di denaro: credito possibilmente interno e attrazione di investimenti esteri.
Per il credito interno occorre un deciso intervento governativo e della banca centrale nazionale per “indurre” il sistema bancario ad aprire credito, a tassi ragionevoli, alle imprese; anche e perchè no con forme partecipative per ridurre il rischio tanto vituperato dalle nostre banche.
Ritengo altresì vada rimosso il vincolo dei 35 anni max per usufruire delle agevolazioni ultime.
Quanti 40enni e 50enni altamente competenti, rimasti senza lavoro sarebbero in grado di avviare un’azienda?
Capisco che se le banche si rimettono a fare il loro mestiere, disporranno di minor liquidità per acquistare titoli del tesoro con maggiori utili (forse).D’altra parte occorre urgentemente fare delle scelte:
visto che la capacità di rimborso del debito non è all’orizzonte dei money markets funds, questi si rivolgono ad altri; in particolare ai titoli tedeschi  finanziando loro il sistema ad un costo irrisorio; il che rappresenta ulteriore elemento di concorrenza che ci avvolge intorno al collo.
Tuttavia, se diamo pochi ma forti segnali in un breve lasso di tempo, costringendo la politica anche a colpi di fiducia se necessario, ad assumersi le proprie responsabilità, probabilmente fuori penseranno che gli italiani fanno sul serio.Perchè ci aiutiamo da soli. Perchè  vogliamo riconquistare la fiducia, prima in noi stessi; successivamente la fiducia degli altri.Per gli investimenti esteri occorre, da subito, mettere mano ad una reale riforma della giustizia,a cominciare dalle procedure che richiedono solo leggi ordinarie e per molti versi una autoriorganizzazione delle Procure sull’esempio di Torino; oltre a restituire ai tribunali tutti quei magistrati distaccati presso ministeri ed altre amministrazioni. A costo di apparire noioso , ma per cominciare almeno a discutere di una proposta esistente, ripropongo questa.

 Nel corso del 2011 il deficit è stato pari a 24,3 miliardi, in miglioramento rispetto al 2010 (-30 miliardi). Il saldo non energetico (+37,1 miliardi) è in forte aumento sul 2010 (+22 miliardi), mentre quello energetico peggiora (-61,4 miliardi dai -52 del 2010).*
 (Ad uso interno alcune precisazioni sui Grani Padani)
Nel quarto trimestre del 2011 si rileva una crescita congiunturale delle esportazioni per la ripartizione del Centro (+2,7%) e una diminuzione delle esportazioni per le regioni nord-occidentali (-0,2%), nord-orientali (-0,9%) e per quelle meridionali e insulari (-3,3%).
Complessivamente, nel 2011 la crescita dell’export nazionale rispetto al 2010 risulta sostenuta (+11,4%) e coinvolge tutte le ripartizioni. Superiore a quello medio è l’aumento per l’Italia centrale (+13%), mentre per le altre aree si registrano tassi di crescita compresi tra il 9,6% nel Mezzogiorno e l’11,2% nel Nord-Ovest.
Tra le regioni che forniscono il maggior contributo alla crescita delle esportazioni nazionali nel 2011 si segnalano l’Emilia-Romagna (+13,1%), la Toscana (+13,7%) e il Lazio (+13,8%). Elevati incrementi si rilevano anche per Sicilia, Puglia, Liguria e Abruzzo.
Sui mercati extra Ue forti aumenti delle vendite si registrano per Calabria, Liguria, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia e Puglia. Per l’area Ue gli incrementi di minore intensità riguardano in particolare Liguria, Sicilia, Campania, Molise e Marche.
Il più ampio contributo alla crescita delle esportazioni nazionali è fornito dalle vendite della Lombardia in Germania. Rilevante è anche il ruolo delle vendite di Toscana, Lombardia e Piemonte verso la Svizzera.
Riduzioni significative delle vendite all’estero si registrano per il Friuli-Venezia Giulia nel Regno Unito e in Turchia, per la Liguria nel Regno Unito e per la Sardegna nei Paesi Opec e in Spagna.
Si segnalano come particolarmente dinamiche le vendite sui mercati esteri di metalli e prodotti in metallo dalla Lombardia e dalla Toscana, di macchinari e apparecchi dall’Emilia-Romagna, dalla Lombardia e dal Veneto e di prodotti petroliferi raffinati dalla Sicilia.
Questa è l’Italia, e questi sono gli italiani: imprese che esportano, quanto e più dei nostri migliori concorrenti, in totale solitudine ; con le sole proprie forze, in assenza di un qualsiasi sistema paese; in presenza di condizioni infrastrutturali e fiscali nettamente sfavorevoli rispetto ai concorrenti esteri.
Infografica - Scenario delle vendite all'estero
il sole 24 ore
 “nel 2009 alla determinazione del fabbisogno
complessivo di tale fonte (pari a circa 73,9 milioni di tep) hanno contribuito per il 6,2 per cento la produzione nazionale (4,6 milioni di tep) e per il 93,1 per cento (68,8 milioni di tep) le importazioni nette (Prospetto 2). Complessivamente nel 2009 le importazioni di prodotti petroliferi sono diminuite del 5,9 per cento in corrispondenza di un incremento dei relativi prezzi, che hanno fatto registrare rialzi consecutivi nel corso dell’anno.”
In relazione agli obbiettivi del protocollo di Kioto:
E’ possibile porci l’obbiettivo di ridurre del 40% il fabbisogno petrolifero e di gas naturale da qui al 2020?
E’ sufficiente ridurre il fabbisogno energetico per riscaldamento?
A-In cosa consiste ridurre le importazioni energetiche?
proviamo a spiegare:
-consumare meno per minori necessità;
-ridurre le necessità  migliorando le caratteristiche dell’involucro edilizio;
-ridurre le dispersioni degli impianti e dei produttori di calore;
-ridurre ulteriormente le necessità con sistemi timer per addurre calore nei momenti di bisogno;
B-accrescere la produzione nazionale di energia tramite alternative rinnovabili.
    Senza voler fare del protezionismo, è bene comunque precisare che tutti i materiali occorrenti sono prodotti anche sul territorio nazionale;
La soluzione A genera benefici sia ai proprietari, sia al saldo delle partite import/export sin dal prossimo inverno;
La soluzione B genera benefici ai proprietari solo dopo l’ammortamento dell’impianto, ma contribuisce da subito a ridurre le importazioni.
Naturalmente entrambe le soluzioni vanno incentivate fiscalmente. Ma qui il punto: vi è un beneficio immediato per lo stato a fronte di una rateizzazione dell’incentivo fiscale?
Occorre qui distinguere tra i diversi redditi che entrano in rapporto.
Reddito di imprese tassabili per competenza sull’utile a fronte di redditi di privati detassati in 10 anni.
Intanto va detto che la fatturazione viene certamente eseguita (lo dico per esperienza) perchè il privato viene detassato anche sull’IVA e paga solo il 10% di aliquota; pertanto in questa attività del settore dell’edilizia, è quasi impossibile evadere;( primo vantaggio)
Le imposte e contributi derivanti dal reddito reale di impresa, fornitori di materiali e imprese esecutrici,dipendenti, trasportatori e terziario, coprono il vantaggio fiscale rateizzato su un reddito  medio inferiore?
Ritengo di sì, e senza alcun dubbio aggiungo che il saldo è a favore dello stato.
Si otterebbe così un aumento del P.I.L, sicuramente di beni non scambiabili, a fronte però di una riduzione significativa delle importazioni energetiche, di una riduzione dell’inquinamento e di maggiori entrate fiscali derivanti da reddito d’impresa.
L’altro punto: i privati hanno la capacità finanziaria di spesa ?
Probabilmente non tutti.
Forse può essere utile questo esempio:
due anni fa, nella riqualificazione energetica di un condominio di ca. 30 unità immobiliari in Bologna, il condominio stipulò un contratto con un’impresa proveniente da altra regione.
Non tutti i condomini disponevano della somma necessaria; l’impresa propose di finanziare l’opera tramite prestito bancario da lei assunto, a fronte del quale il condominio garantiva solidalmente per ognuno, impegnandosi al rimborso con scadenze mensili. Esito finale positivo.
Ancora una volta la soluzione è il credito bancario.
** il richiamo ad animal farm non è casuale; voglio solo dire che le questioni fondamentali di un sistema paese sono di antica conoscenza; spesso pensiamo di superarle senza soppesare l’importanza della loro  riduzione prolungata nel tempo.
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