Tag

Nella discussione tutt’ora i corso sulla riforma del lavoro, dobbiamo notare che ancora una volta, si interviene confondendo cause ed effetti.
Nonostante i professori di governo o del governo dei professori.
Stabilizzati ( si fa per dire ) i precari con un maggior costo dei contributi che finiranno a carico dei medesimi; stabilito un termine di 3 anni per la loro assunzione definitiva, non tenendo conto della evoluzione darwiniana:
intendo dire con ciò che gli assunti, già da ormai 2 anni ca, sono diplomati o laureati anche come camerieri di sala (non scherzo), in 3 anni si imparano tante cose; forse troppe per non essere sostituiti da chi è stato assunto 1o 2 anni prima.
In realtà si discute molto sulla possibilità di licenziare i lavoratori, dando un grande risalto alla questione, come se fosse la risoluzione di tutti i mali che impediscono gli investimenti in Italia e perciò stesso della ripresa economica.
Per la verità, occorre anche dire che  questa riforma, non cambia molto rispetto a prima: con le leggi del 1966, 1970 e 1990 venivano imposti dei limiti al licenziamento individuale, per evitare dei soprusi e non delle giuste cause.
Qualsiasi dipendente licenziato poteva fare causa all’impresa.L’impresa sosteneva dei costi per il procedimento giudiziario ed il giudice decideva a chi dare ragione.Vero anche che le cause durano da 4 a 7 anni, ma questo non dipende dal sistema delle relazioni industriali e dei rapporti di lavoro,bensì dal funzionamento della giustizia italiana: altra storia, altra questione, altra vera causa della mancanza di investimenti.
Dicevo prima delle cause e degli effetti. In proposito sono utili alcune analisi per capire la situazione pre-crisi e conseguentemente risalire all’origine non di chi, ma di cosa, nel tempo ha causato lo stallo del sistema paese.
Vediamo se le restrizioni al licenziamento sono una causa del rallentamento dell’occupazione e della carenza di investimenti nazionali ed internazionali:
su 156.500 imprese (3%) con 7.800.000 dipendenti (65%) ,soggetti all’art.18

Secondo gli ultimi dati forniti dall’Istat (riferiti al 2006), in primo grado erano pendenti 8.651 “controversie” legate all’art. 18. Sempre secondo le serie storiche dell’Istat, il 44,8% delle cause si chiude con il rigetto della domanda, mentre in appello la soglia sale al 63,1%.  dati cgiamestre

significa che su 8.651 ( 0,11% dei dipendenti ) procedimenti  3.875 (44,8%) sono stati rigettati dal giudice in primo grado; mentre in appello il rigetto della domanda del lavoratore, da parte del giudice sale al 63,1%.
Parliamo dunque di  3.192 lavoratori su un totale di 7.800.000 pari a 0,0409% .
E’ questo il dramma ? Siamo ridicoli !
Ora dobbiamo dire tuttavia che i procedimenti giudiziari provocano dei costi all’impresa.
Le restrizioni sui licenziamenti hanno, tuttavia, cambiato l’atteggiamento degli imprenditori con una diminuzione degli stipendi in generale dei nuovi assunti e con rinnovi contrattuali dei lavoratori garantiti che non coprono neanche l’inflazione reale. Inoltre  con un ricorso massiccio ai collaboratori esterni;con questi ultimi , il più delle volte il rapporto è continuativo, falsificando dunque la reale natura del rapporto di lavoro, sgravando l’impresa della parte contributiva  e accordi economici vantaggiosi più per l’impresa che per il collaboratore esterno.
Paradossalmente le restrizioni ai licenziamenti che non superano lo 0,05% dei dipendenti, hanno determinato un atteggiamento delle imprese interessate (3%) generando un beneficio economico a favore dell’intero sistema imprenditoriale.Altro che spese processuali !
Inoltre, dalle schede pubblicate sopra ( eurispes su dati OCSE)
si noti che:
1-la crescita del salario lordo italiano è inferiore agli altri paesi europei;
2-soffriamo di un nanismo imprenditoriale che ci classifica agli ultimi posti *
3-il costo medio per ora di lavoro è tra i più bassi;**
4-i salari lordi sono tra i più bassi;**
5-la parte contributiva e di tassazione del salario lordo ci colloca invece al 5° posto della classifica;***
6-il livello dello stipendio netto dei lavoratori italiani è il pen’ultimo della classifica;**
7-il livello di reddito diviso per titolo di studio è deprimente rispetto a Germania e Gran Bretagna;****
*la causa non può essere imputata al limite dei 15 dipendenti per evitare le restrizioni ai licenziamenti;
voglio ricordare che le imprese attualmente in competizione sui mercati esteri sono costituite per il 60% ca. da imprese con meno di 15 dipendenti; le motivazioni sono sociologiche e di etica di quel tipo di imprenditoria;
**è spettacolare come i paesi che praticano le minori retribuzioni sono Italia,Spagna, Grecia e Portogallo:
quei paesi che più sono esposti alla speculazione da parte della finanza globale.
Per quanto all’Italia, il minor costo per ora di lavoro dovrebbe rendere il sistema maggiormente competitivo e di attrattiva dei capitali per investimento;
***è dunque la parte contributiva  la maggior componente del salario e non la remunerazione netta del lavoratore.La parte contributiva, è noto, viene gestita dallo stato; (oppure dalla politica)
**** non si capisce perchè i nostri laureati e diplomati sono così maltrattati; eppure la maggior parte di coloro che sono andati all’estero per lavorare, hanno fatto onore a sé stessi e alla scuola italiana.
       Sulla competitività del sistema, riporto qui un passo del ilsole24ore

 Le nostre esportazioni avevano raggiunto un massimo storico su 12 mesi nel periodo ottobre 2007-settembre 2008, toccando i 378 miliardi di euro. Poi erano precipitate durante la crisi mondiale a 291 miliardi nel periodo febbraio 2009-gennaio 2010: una tracollo senza precedenti. A quel punto nessuno avrebbe scommesso che il ‘made in Italy’ potesse recuperare in breve tempo gli 87 miliardi di vendite all’estero andate in fumo. Ma sono passati soltanto 17 mesi e nell’ultimo anno ‘scorrevole’ terminante ad agosto 2011 il nostro export ha già recuperato ben 77 miliardi, riportandosi a quota 369 miliardi, cioè praticamente lo stesso livello realizzato nel periodo gennaio-dicembre 2008. Con la differenza che i dati di allora erano drogati dalle ‘bolle’ immobiliari e finanziarie che spingevano gli acquisti dei nostri Paesi clienti, mentre i dati di adesso sono stati conseguiti in tempi di austerità e riflettono quindi un importante aumento di competitività.

 Ancora una volta, dunque, ci troviamo a commentare l’ennesimo miracolo del ‘made in Italy’. Un miracolo che probabilmente solo l’arrivo della temuta stagnazione potrà rallentare e che è tutto merito delle imprese e dei loro lavoratori: di quell’economia reale che non ne può davvero più della pessima rappresentazione del nostro Paese che la politica sta dando in tutto il mondo, screditandoci agli occhi di istituzioni internazionali ed  investitori.
E’ utile precisare che nell’agosto 2011 non c’è stata nessuna riforma del lavoro.
E allora? Qual’é il problema?
Fine della prima puntata.
Annunci